La Patagonia è uno degli ultimi grandi spazi selvaggi del pianeta. Foreste, ghiacciai, steppe battute dal vento, e una fauna che include condor, guanachi, volpi e, al vertice della catena alimentare, il puma, predatore apicale di quell’ecosistema. Un animale schivo, che raramente si fa vedere e ancora più raramente si lascia avvicinare. Eppure quella mattina, lungo una delle strade che attraversano il territorio, una femmina di puma conosciuta nella zona con il nome di Dania stava camminando con il suo cucciolo. Probabilmente uno spostamento di routine, o la ricerca di territorio e cibo. Poi un’auto in corsa ha travolto il piccolo, e per lui non c’è stato nulla da fare.
Il gesto che nessuno dimentica
Dania ha capito subito. Non c’era bisogno di avvicinarsi per saperlo. Eppure non è andata via. Ha preso il cucciolo per la collottola, come fanno le madri dei felini quando portano i piccoli, e lo ha trascinato lontano da quella strada. Ormai privo di vita, tenuto in bocca dalla stessa presa con cui lo aveva probabilmente sollevato decine di volte nei mesi precedenti. La scena è stata documentata e fotografata dal fotografo Henrique Olsen, che si trovava in viaggio in Patagonia. Le immagini hanno fatto il giro del mondo.

Un puma adulto © Freepik
Cosa spinge un animale a farlo
La scienza è prudente quando si parla di lutto negli animali. Il dibattito su quanto i non umani elaborino la perdita è aperto da decenni, e vale per specie molto diverse tra loro: scimpanzé, elefanti, delfini, macachi, puma. Quello che si osserva, però, è concreto. Il comportamento di Dania rientra in una categoria riconoscibile: l’attaccamento materno primordiale, l’istinto che spinge una madre a non abbandonare il proprio cucciolo anche quando non c’è più ragione biologica per restare. Non lo ha lasciato sull’asfalto. Non è fuggita. Lo ha portato via, in un posto che lei probabilmente considerava più sicuro, più suo, più degno.
Il fenomeno del roadkill
Quello che è successo a Dania e al suo cucciolo ha un nome: roadkill, ovvero la mortalità degli animali selvatici causata dal traffico veicolare. Non è un evento isolato. È una delle principali cause di morte per la fauna selvatica a livello globale, e il problema è più diffuso di quanto la maggior parte delle persone immagini. In Europa le stime parlano di 10-100 milioni di animali morti ogni anno investiti sulle strade, con una concentrazione elevata nelle regioni ad alta densità veicolare come Italia, Germania e Francia. Solo in Germania si stima la morte di oltre 250.000 animali selvatici ogni anno per questa causa.
Strade costruite dentro gli habitat
Il problema non riguarda solo la velocità dei veicoli. Le strade vengono spesso costruite al centro degli habitat naturali delle specie selvatiche, frammentando i loro territori e obbligandole ad attraversare superfici asfaltate per spostarsi, cercare cibo, riprodursi. I puma, in particolare, necessitano di ampi corridoi territoriali per vivere: un maschio adulto può coprire centinaia di chilometri quadrati nel corso della stagione. Quando quei corridoi vengono spezzati da una strada trafficata, il rischio di incidenti diventa strutturale, non accidentale.
I corridoi faunistici: una risposta possibile
Non mancano le soluzioni, almeno in parte. In diverse regioni del mondo sono stati costruiti ponti e sottopassaggi faunistici, ovvero infrastrutture pensate per consentire agli animali di attraversare le zone trafficate in sicurezza. In Italia esistono progetti di monitoraggio attivi, tra cui quello del Parco del Monviso, che raccoglie segnalazioni di investimenti stradali per individuare le aree a maggior rischio e progettare interventi mirati. Sono strumenti concreti, che funzionano dove vengono applicati con serietà. Il nodo rimane la velocità con cui le infrastrutture stradali crescono rispetto alla velocità, molto più lenta, con cui si adottano misure di mitigazione.

Una immagine del Parco del Monviso – © Freepik
Dania e il suo cucciolo
Quello che ha fatto Dania non cambia il dato di fatto: un cucciolo è morto su una strada che non avrebbe dovuto essere lì, o che almeno avrebbe dovuto essere percorsa in modo diverso. Le fotografie di Henrique Olsen restituiscono un’immagine che è difficile guardare senza fermarsi. Una femmina di puma con in bocca il suo piccolo, che cammina lontano dall’asfalto. Non è una storia di speranza. È la documentazione precisa di qualcosa che succede ogni giorno, ovunque, e che quasi sempre non viene visto da nessuno.








