Sostenibilità

Da dove viene il grano dei maggiori marchi di pasta? Da Rummo a Barilla e non solo

Ma basta leggere con attenzione le etichette per scoprire una realtà più complessa: non tutto il grano utilizzato dai grandi marchi
Un’etichetta che racconta più di quanto si pensi(www.tartanet.it)

Sugli scaffali dei supermercati italiani la pasta è quasi sempre sinonimo di tradizione nazionale ma non é sempre così.

Ma basta leggere con attenzione le etichette per scoprire una realtà più complessa: non tutto il grano utilizzato dai grandi marchi arriva davvero dall’Italia.

Da alcuni anni la normativa obbliga a indicare in etichetta l’origine del grano duro. Una novità che ha cambiato il rapporto tra consumatori e pasta: oggi è possibile sapere se la materia prima proviene dall’Italia, dall’Unione Europea o da Paesi extra UE.

Ed è proprio qui che emergono le differenze. Alcuni marchi hanno investito su filiere nazionali, altri continuano a utilizzare miscele di grani provenienti da più parti del mondo, una scelta spesso legata a esigenze produttive e qualitative.

Il caso Barilla: tra filiera italiana e approvvigionamento globale

Uno dei marchi più noti, Barilla, rappresenta bene questa trasformazione. Negli ultimi anni l’azienda ha aumentato l’uso di grano italiano, arrivando in molti casi a utilizzare percentuali molto elevate di prodotto nazionale, soprattutto per il mercato interno.

Tuttavia, la realtà resta articolata: in passato e in alcune produzioni il grano è stato acquistato anche da Paesi come Francia, Stati Uniti e Australia.

Il motivo è semplice: il grano italiano, da solo, spesso non basta a coprire l’intero fabbisogno industriale, né sempre garantisce le caratteristiche tecniche richieste per ottenere una pasta stabile e di qualità costante.

Anche altri produttori storici seguono logiche simili. Rummo, ad esempio, ha progressivamente puntato su linee con grano 100% italiano

Rummo e gli altri marchi: tra tradizione e blend internazionali (www.tartanet.it)

Anche altri produttori storici seguono logiche simili. Rummo, ad esempio, ha progressivamente puntato su linee con grano 100% italiano, soprattutto nelle versioni integrali e biologiche.

Ma in molte produzioni resta diffuso l’utilizzo di miscele internazionali, con grani che possono arrivare da Europa, Australia o Nord America.

Non è un’eccezione: diversi marchi italiani, inclusi alcuni molto presenti nella grande distribuzione, utilizzano blend di grano italiano, europeo ed extraeuropeo.

Perché si usa anche grano estero

Il punto centrale non è tanto “da dove viene” il grano, ma perché viene scelto.

Il grano duro coltivato in Paesi come il Canada o gli Stati Uniti ha spesso un contenuto proteico più alto, che permette di ottenere una pasta più resistente alla cottura. Questo lo rende ideale per essere miscelato con quello italiano, creando un equilibrio tra gusto, consistenza e resa industriale.

C’è poi una questione di quantità: la produzione nazionale non è sufficiente a sostenere l’intero mercato, soprattutto considerando che l’Italia è anche il primo esportatore mondiale di pasta.

Qualità e origine: un legame meno scontato

Per molti consumatori, “100% italiano” è diventato sinonimo automatico di qualità. Ma gli esperti invitano a una lettura più equilibrata: l’origine del grano non è l’unico parametro che determina la bontà della pasta.

Contano anche altri fattori, come la lavorazione, la trafilatura, l’essiccazione e il controllo della materia prima.

Cosa cambia per chi compra

Alla fine, la differenza è soprattutto nella consapevolezza. Oggi chi acquista può scegliere sapendo che dietro un pacco di pasta si nasconde una filiera spesso internazionale, anche quando il prodotto è realizzato in Italia.

E forse è proprio questo il punto più interessante: la pasta resta uno dei simboli più forti del Made in Italy, ma la sua storia non è più solo italiana. È il risultato di un equilibrio tra tradizione, mercato globale e scelte industriali che si riflettono, ogni giorno, nel piatto.

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